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Uno studio coordinato dalla prof.ssa Iacoviello rileva come un elevato consumo di alimenti ultra-processati può aumentare la mortalità anche dopo un tumore

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Tra le persone che hanno già ricevuto una diagnosi di tumore e consumano quantità elevate di alimenti ultra-processati vi è un aumento della mortalità, sia specifica per malattia oncologica che per tutte le cause, rispetto a chi invece, pur nella stessa condizione di salute, segue un’alimentazione più salutare.
È quanto è emerso da uno studio realizzato dall’Unità di Epidemiologia e Prevenzione dell’I.R.C.C.S. Neuromed di Pozzilli (IS), con il sostegno della Fondazione AIRC per la Ricerca sul Cancro ETS, nell’ambito del Progetto Moli-sani. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention, dell’American Association for Cancer Research (AACR).

Questi risultati – commenta Licia Iacoviello, responsabile dell’Unità di Epidemiologia e Prevenzione del Neuromed e Ordinario di Igiene Generale e Applicata all’Università LUM Giuseppe Degennaro – suggeriscono che l’aumento dell’infiammazione e della frequenza cardiaca a riposo possano spiegare in parte il legame tra un maggiore consumo di alimenti ultra-processati e l’aumento della mortalità.
Ciò contribuisce infatti a chiarire come la lavorazione industriale degli alimenti possa incidere negativamente sugli esiti di salute nei pazienti dopo una diagnosi di cancro.
Il messaggio principale per il pubblico è che il consumo complessivo di alimenti ultra-processati è molto più rilevante del singolo alimento. Concentrarsi sull’insieme della dieta, riducendo complessivamente gli alimenti ultra-processati e orientando i consumi verso cibi freschi, poco trasformati e preparati in casa, rappresenta l’approccio più significativo e vantaggioso per la salute.
Un’indicazione pratica può venire dalla lettura delle etichette: alimenti con più di cinque ingredienti, o anche con un solo additivo alimentare, sono probabilmente ultra-processati”.

Sono stati seguiti 24.325 individui, di età pari o superiore a 35 anni, residenti in Molise, da marzo 2005 a dicembre 2022.
All’interno di questa popolazione sono stati identificati 802 partecipanti (476 donne e 326 uomini) che al momento dell’ingresso nello studio avevano già avuto una diagnosi di tumore, e per i quali erano disponibili informazioni dettagliate sulla dieta, raccolte attraverso il questionario di frequenza alimentare dello studio EPIC (European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition).
Per identificare gli alimenti ultra-processati è stato utilizzato il sistema Nova, che assegna ciascun cibo a uno di quattro gruppi in base al livello e allo scopo della lavorazione industriale.

I partecipanti sono stati seguiti per un periodo di tempo di quasi 15 anni, al termine del quale è emerso che coloro che consumavano in misura maggiore alimenti ultra-processati avevano un rischio relativo di mortalità per tutte le cause superiore del 48% e un rischio relativo di mortalità per cancro superiore del 59%, rispetto a chi limitava l’assunzione di questi alimenti nella dieta.

Gli alimenti ultra-processati sono considerati poco salutari per diverse ragioni. Spesso sono poveri di nutrienti essenziali come vitamine, minerali e fibre. Inoltre, nel corso della lavorazione industriale, sono spesso introdotti additivi, quali aromi artificiali, conservanti ed emulsionanti, oltre a livelli elevati di zuccheri aggiunti e grassi non salutari, ai quali l’organismo non è ben adattato.
Con il consumo di alimenti ultra-processati in aumento in molti Paesi del mondo, è quindi importante comprendere meglio se ridurne l’assunzione possa aiutare chi ha già ricevuto una diagnosi di tumore a vivere più a lungo e in condizioni di salute migliori.

Per esplorare i potenziali meccanismi biologici coinvolti, i ricercatori del Neuromed hanno analizzato biomarcatori infiammatori, metabolici e cardiovascolari, sulla base di campioni e dati dei partecipanti.
Due fattori sono risultati particolarmente rilevanti: gli indici di infiammazione e la frequenza cardiaca a riposo.

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