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Francesco Arena è nato a Torre Santa Susanna (Brindisi) nel 1978 e vive e lavora a Cassano delle Murge (Bari). Tra le sue mostre personali, le esposizioni alla galleria Monitor di Roma e alla Nomas Foundation, sempre a Roma nel 2008, ha partecipato a mostre collettive in diverse città alternando la committenza pubblica con quella privata.
L'operare di Arena riprende tradizioni e tecniche arcaiche e artigianali, tipiche del sud Italia, mentre l'artista si confronta sempre con lucidità al contesto socio-politico contemporaneo. Arena attraverso opere scultoree ed installazioni si riappropria di una storia e una memoria italiane, ma allo stesso tempo concentra lo sguardo sugli accadimenti internazionali, valutandone le conseguenze.
Il suo operare spesso si articola come un cocciuto resistere all'oblio su eventi e fatti storici, di forte valenza politica e sociale. Tra le sue opere piu' significative: "Impannellamento", 2006 una struttura di legno che imprigiona al suo interno delle lampadine di quelle usate nelle feste di paese, la cui luce penetra ai lati delle due lastre di compensato. "Torre", 2007 posta sul mare pugliese di Porto Cesareo come una toretta di avvistamento, è stata realizzata impilando piu' di 100 lastre di parquet, per una superficie complessiva di 328 m2, la medesima dello stabilimento siderurgico Ilva di Taranto, nel 1998 teatro di un caso giudiziario con l’accusa di mobbing per i suoi operai.
Già nel 2005 con "s.t. (Como)", Arena aveva tracciato a terra con l'acqua del lago il perimetro della scuola di Beslan, teatro del massacro terroristico del 2004: un memoriale effimero destinato a scomparire nel tempo dell'evaporazione dell'acqua e documentato da una sola immagine fotografica.
Arena non dimentica neanche i tragici fatti della nostra storia più recente come il rapimento di Aldo Moro, riproposto con severa precisione in "3,24 mq": la ricostruzione della cella in cui il ministro democristiano aveva trascorso la prigionia che aveva preceduto il suo assassinio da parte delle Brigate Rosse.
Rossella Biscotti è nata a Molfetta (BA) nel 1978 e vive a Rotterdam, in Olanda.
L'artista predilige il mezzo cinematografico e l'analisi di repertori d'immagini e d'archivio. Molti mesi di lavoro si sono concentrati recentemente, a partire da una residenza dell'artista presso l'Accademia Italiana della Columbia University di New York, sulla figura di Joseph Pistone, l'agente dell' FBI infiltrato nella mafia d'oltreoceano con il nome di Donnie Brasco. Biscotti per "The Undercover Man" sta producendo un film che si rifà alle ambientazioni di un film poliziesco anni ‘40. Frammenti di storie o di ricordi della gente sono spesso usati dall'artista per commentare il presente prendendo spunto dal passato. In "L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro" del 2004, Biscotti analizza come l'etica del lavoro possa essere proiettata su uno scenario italiano."Muctar" (2003) è una video installazione che narra la storia di due immigrati russi in un sobborgo di Napoli. "Cities of continuous lines" è un progetto sviluppato in collaborazione con Kevin van Braak in cui le architetture di epoca fascista in Italia sono prese in considerazione dai due artisti, analizzando come il loro aspetto e funzione abbiano cambiato di senso nel corso degli anni. "The Sun Shines in Kiev" è un video del 2006 che si sviluppa intorno alla figura del cineasta Vladimir Shevchenko, una tra i primi a cui fu permesso di accedere alla zona rossa dopo la catastrofe di Chernobyl del 1986. Rossella Biscotti ha preso parte a numerosi film festival nel circuito internazionale e ha frequentato nel 2000 il Corso Superiore di Arti Visive della Fondazione Ratti con Ilya Kabakov. Con una sapiente regia, l'artista maneggia storie, il tempo e la rappresentazione, prediligendo il lavoro con persone comuni e uno spirito quasi documentaristico. Come un detective mette insieme pazientemente i pezzi di una storia come se fossero quelli di un puzzle, in cui realtà e fiction si intrecciano.
Ettore Favini è nato a Cremona nel 1974 e ha studiato a Milano, dove è rappresentato dalla Galleria Alessandro De March. Nel 2007 ha vinto il prestigioso premio New York alla Columbia University di New York. Nel 2008 ha partecipato alla mostra collettiva "Greenwashing. Ambiente: pericoli, promesse e perplessità" alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino e nel 2007, sempre a Torino, a "This is the time (and this is the record of the time)", a cura di Simone Menegoi.
Il lavoro di Favini si avvale di diversi materiali che spaziano dalla fotografia alla scultura. la sua riflessione verte principalmente su una concezione di tempo e ad un tentativo di coglierne un aspetto di infinito, seppur confrontandosi con le limitazioni materiali di questa aspirazione. Una serie di lavori si intitola programmaticamente "Ipotesi di infinito": del 2005 sono sia una fotografia che ritrae dall'alto un gruppo di persone strette a formare il simbolo dell'infinito, che un rotolo di carta da spolvero con forature che reagiscono alle diverse condizioni di luce e di installazione. Con questo lavoro, Favini interroga il limite tra visibile e invisibile, in maniera non dissimile a "Ipotesi di infinito #2" del 2007 in cui all'interno di un parallelepipedo di legno, una sorta di dispositivo di visione, sono disposti a distanza omogenea 33 fogli di plexiglass forato, a rappresentare metaforicamente gli strati della memoria.
"Dasein" del 2007, è un’installazione realizzata con cavi elettrici alla cui estremità sono posizionati dei led rossi, che danno l'impressione di un organismo vivente, in continua mutazione. Gli interventi di Favini sono organici nel senso che non restano immutabili ma al contrario, cambiano nel tempo e nello spazio in cui si trovano a reagire. L'artista da qualche anno sta portando avanti il progetto "Battles" in cui indaga attraverso il mezzo fotografico come i luoghi che sono stati teatro di battaglie portino la memoria del loro passato. Senza alcuna modifica meccanica Favini interroga tempo, memoria e paesaggio.
Andrea Nacciarriti è nato a Ostra Vetere (AN) nel 1976, vive a Senigallia e lavora principalmente con installazioni ambientali. Dal 2007 collabora con la Galleria Franco Soffiantino di Torino. Tra le altre mostre ha esposto alla Galleria Enrico Fornello di Prato (FI), 2007 e nel 2006 ha partecipato a "Confini-Boundaries" al MAN- Museo d’Arte della provincia di Nuoro. Nel 2005 è stato tra gli artisti selezionati per "Untitled" presso l'Ex Faema di Milano ed è stato tra i partecipanti del Corso Superiore di Arte Visiva della Fondazione Ratti di Como con Alfredo Jaar.
Il lavoro di Andrea Nacciarriti si concentra sulle potenzialità dei luoghi e ne analizza le nascoste possibilità architettoniche e le caratteristiche funzionali in potenza. Il tempo e lo spazio sono le due variabili prese in considerazione, nel tentativo di creare degli anfratti, degli intermezzi o dei momenti di riflessione. Nelle operazioni di Nacciarriti ogni tentativo di creare un confine è messo in crisi da una continua dialettica che interseca il dentro con il fuori e viceversa. Il tramite di questo passaggio, dalla percezione di uno spazio a quella di un luogo, è lo sguardo dello spettatore. Accade che progetti impianti di illuminazione, come per "Passerella" (2005), in cui una doppia fila di luci da sfilata era posizionato all'interno di una mostra collettiva, mentre le luci illuminavano anzichè il corridoio, lo spettatore al di fuori di esso. Per "44 00 00 00 00 [sleepingtime]", una delle opera nella sua personale a Torino, l'artista ha trasferito l'impianto di illuminazione della galleria a 50 cm da terra, sospeso dagli stessi cavi d'acciaio che lo fissavano al soffitto. Il cortocircuito è spesso ottenuto attraverso una sottrazione o un'operazione la cui maggiore caratteristica è l'incorporeità del mezzo impiegato. Nell'opera "Connessione [traccia 5]" del 2005 l'artista ha lavorato sull'immagine dello stadio Sinigaglia di Como, costruito durante l'epoca fascista. Collocando 85 tubi al neon ha attraversato tutta la lunghezza del campo da calcio, porta a porta, tagliandolo in due e analizzandone i rapporti simbolici e fisici con il resto della città.
Pasquale Pennacchio & Marisa Argentato sono nati rispettivamente a Caserta nel 1979 e a Napoli nel 1977 e vivono a Napoli e a Francoforte, dove stanno completando la Staedelschule, nella classe di Tobias Rehberger.
La loro collaborazione comprende lavori scultorei, installazioni e video; in essi la visione viene analizzata e sapientemente sovvertita con leggeri spostamenti di senso che ne alterano efficacemente la percezione. Pennacchio Argentato sono rappresentati dalla galleria T293 di Napoli dove hanno esposto nel 2004, 2005 e 2007. Quest'ultima mostra si intitolava "Estate" e giocava sull’ambivalenza della parola in inglese (proprietà, possedimento) e in italiano (la stagione). L'intera operazione aveva un forte carattere di ambiguità, dato che erano stati preventivamente distribuiti dei comunicati stampa fittizi e al momento dell'inaugurazione nella galleria i visitatori sono stati confrontati da un'opera estranea rispetto a quella spiegata su carta.
Nel 2002 hanno partecipato al Corso Superiore di Arti Visive della Fondazione Antonio Ratti di Como con Giulio Paolini e nel 2008 hanno avuto una mostra personale alla Galerie Ophdal di Berlino. Il titolo usato per essa, “Do it just”, invertiva il celebre motto usato dalla Nike, in mostra infatti erano esposte delle giacche contraffatte dello stesso marchio e delle banconote false. L'azione, prendendo spunto dall'idea di serialità di discendenza minimalista, cercava di denunciare i meccanismi di un processo di produzione illecito. Il duo partenopeo guarda ai fatti di attualità italiani, con particolare attenzione nei confronti dei problemi che affliggono la loro terra, per poi offrire un rigoroso e formalmente definito commento artistico. Del 2008 è il video "Modern Relics" in cui la sequenza iniziale del film "La Ricotta" di Pier Paolo Pasolini (1962) è rimessa in scena con l'accompagnamento della colonna sonora originale, mentre i ballerini si muovono in una contemporanea discarica illegale alle porte di Napoli.