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Dafne Boggeri. Partita da esperienze antiaccademiche - come writer di strada e organizzatrice di eventi e microfestival per collettivi queer - la ricerca artistica di Dafne Boggeri attraversa ambiti espressivi differenti, con una delicata capacità di contaminazioni ironiche e sconfinamenti inediti. Fondamentale per l’artista è il rapporto con la musica, coltivato anche attraverso la collaborazione con gruppi come il collettivo francese Kill the Dj e il berlinese Rhytm King ad her friends. Inoltre si è cimentata nella produzione di fanzine, e nell’ideazione di mark – brand per t-shirt ed accessori vari.
A caratterizzare gli interventi della Boggeri, che alterna video, installazioni e performances, è la capacità di sovvertire la percezione di oggetti quotidiani prelevati dal contesto urbano e confluiti in un archivio personale di immagini, creando cortocircuiti visivi e mentali che a volte coinvolgono attivamente il pubblico. Come in “OK/KO” del 2004, una scritta a parete di palline natalizie, che all’inaugurazione della mostra nell’Espace Experimental Le Plateu di Parigi i visitatori potevano rompere, scoprendo all’interno delle frasi con domande o riflessioni esistenziali. Ricorrenti sono anche le tematiche identitarie, affrontate mediante interventi sul suo corpo, trasformato, occultato o reso invisibile con mezzi minimi: ad esempio, in “Untitled” del 2007, utilizzando una porta trovata casualmente per nascondesi e proteggersi dagli obblighi del vernissage.
Centrale per Dafne Boggeri è un' interrogazione sull'identità dei luoghi e sulla loro potenziale trasformazione in relazione all'esperienza di chi li osserva. Così nel Margherita oggetto di attenzione è una seconda cupola, ancora in ristrutturazione, la cui vista sarebbe preclusa ai visitatori. L'artista restituisce visibilità a questo elemento nudo, coinvolgendo alcuni cittadini baresi: a ciascun volontario è stato chiesto in prestito uno specchio domestico che, collocato sul pavimento sotto la cupola, ce ne rimanda l'immagine riflessa, in un frammentato puzzle corale.
Michael Fliri. Azioni paradossali, situazioni assurde, travestimenti improbabili. Nei suoi video Michael Fliri mette in scena microstorie spiazzanti, in cui impersona curiosi personaggi impegnati in ambigue mutazioni o in sforzi inutili. In alcune performance che utilizzano la metafora animale lo vediamo mascherato da pecora per trasformarsi poi in maiale; o con cresta punk in costume bianco, in modo da sembrare una gallina. Oppure seriamente intenzionato a portare in treno un blocco di ghiaccio dalla stazione di Bologna nel suo paesino in Alto Adige; o nelle “vesti” di un pupazzo di neve.
E ancora: affaticato in attività estreme come scalare una montagna; abbattere un muro di plastilina in tenuta da rugby; arrampicarsi su un albero e lasciarsi penzolare dall’alto. Altrove, come il protagonista di una sequenza da film western, incede invece con passo solenne verso la telecamera indossando un giubbotto di lattine di birra aperte e piene che iniziano a “sparargli addosso”, fino a farlo cadere a terra.
Molteplici sono i riferimenti che sottostanno a queste surreali narrazioni: dalla Body Art storica, sdrammatizzata nei suoi aspetti seriosi, alla parodia e al cinema muto; dai cartoon stile Hanna & Barbera ( un referente dichiarato è Will Coyote), allo sport e al gioco. In queste azioni costruite con accuratezza scultorea c’è sempre un senso di incompiutezza più che di fallimento, di insensatezza come mancanza di un vero obiettivo. Un disagio esistenziale che s’insinua dietro l’aspetto più ironico e divertente, ma si dispone anche a nuove, imprevedibili, possibilità.
In un'azione recente, Early one morning with time to waste, l'altoatesino Fliri era “sceso” dalla montagna per confrontarsi con un tema a lui meno familiare come il mare, altro scenario ideale per accogliere un'impossibile sfida con la natura. Con un precario barcone di bottiglie di plastica, aveva così affrontato una temeraria navigazione: il video, proiettato in un contesto come il Margherita originariamente costruito proprio sull'acqua, si contestualizza, caricandosi di nuove valenze.
Michele Giangrande. Banali oggetti domestici reiventati con “preziose” texture in silicone (ma anche di erba finta, cerotti, piume d’oca…). Un planisfero con 8.000 e rotte (si fa per dire) uova di gallina. Le Twins Towers versione torri di Babele, costruite con incastri di 20.000 cialde di gelato. E più di recente alcune installazioni secche, di grande impatto: un “muro del pianto” composto da semplici cassette in legno, 15 metri di maleodoranti contenitori di cipolle, da cui tenersi alla larga per evitare lacrime. O ancora: una vecchia sedia a dondolo modificata, anche nel movimento laterale; un articolato labirinto di casse di birra in plastica rossa; un variopinto girotondo di cravatte a terra….
Il repertorio di trovate creative, il campionario di possibilità formali che Michele Giangrande tira fuori dal suo versatile cilindro è vastissimo e di grande effetto. Ma non è solo la capacità di controllo e di rigore estetico o l'abilità di tradurre in immagine un’ intuizione arguta, a contrassegnare il lavoro dell’artista barese. Nessuno spunto tematico, nessuna traccia, nessuna suggestione teorica o visiva si sottrae alla vivace bulimia del suo sguardo e al suo talento fabrile: che trasformando la realtà in altro, ci costringe con arguzia ironica a guardarla da punti di vista inediti, mettendo in moto scarti di pensiero, associazioni improbabili, riflessioni ironiche ma al tempo stesso critiche.
La Statua della Libertà e Hitler, Freddy Mercury e Tony Manero, Alberto Sordi e Papa Giovanni Paolo II, San Michele Arcangelo e Hi Man....Una teoria di icone giganti appartenenti a diversi periodi storici, si para a coppie in esili profili disegnati a rilievo con un semplice metro da cantiere, lungo il “corridoio” che conduce al palcoscenico del vecchio Teatro Margherita. Ironicamente Michele Giangrande “si misura” con questi fantasmi, ipotetici personaggi scenici col pugno alzato, ciascuno dei quali, spiega l'autore, “dialogherà con il proprio compagno, ne sarà l’altra faccia della medaglia, e allo stesso tempo insieme a tutti gli altri farà parte di un unico atto: “Braccio Destro”.
Alessandro Nassiri Tabibzadeh. Il contesto esterno, con attenzione allo spazio urbano o ad ambienti collettivi, è parte integrante del lavoro di Alessandro Nassiri Tabibzadeh, artista milanese di origini iraniane. I suoi interventi riflettono sulle dinamiche della comunicazione e sugli stereotipi sociali, sollecitando spesso nel pubblico curiosità e impegno partecipativo.
Una strategia relazionale è messa in atto ad esempio in “Permesso di soggiorno” del 2003: dove la difficoltà per gli stranieri di ottenere un visto è affrontata portando provocatoriamente il divano di casa per strada e invitando i passanti a condividere azioni conviviali. In un video del 2006, dopo una giornata trascorsa a raccogliere un serioso elenco di motivi per cui manifestare, Nassiri fa sfilare per le vie di Manhattan un gruppo di partecipanti che indossano magliette con la scritta Coming soon, creando ambiguità tra loghi ed icone pubblicitarie. Il cielo di New York diventa inoltre il soggetto di un ciclo di foto del 2007 in cui, come in un gioco d bambini, le nuvole prendono forma di figure e personaggi mediatici.
Tra le proposte recenti particolarmente complessa è l’operazione “TR4480C”, presentata al Mart di Rovereto nel 2008. E’ la video-documentazione di uno scalcagnato viaggio da Tirana a Piacenza a bordo di una vecchia Golf Wolkswagen acquistata in Albania. Un’ avventura che si conclude con la rottamazione dell’auto in tre blocchi. e che pone in rilievo la contraddittorietà del rapporto con le merci di scarto nella società globale.
“La verità non esiste”, La grande scritta luminosa - riedizione di un lavoro ideato da Nassiri nel 2005 - campeggia nella cupola del Margherita, sospesa in aria da palloni colorati. Ambigua e precaria, la frase aleggia mutevole nel vuoto,vivacizzando l'austero rigore del cantiere con le sembianze giocose di una protesi pubblicitaria. La dimensione assertiva del messaggio si ribalta però qui nel suo contrario: in una provocazione aperta, alternativa ai rigurgiti autoritari e neoideologici, che non vuole dare risposte, bensì porre domande.
Alberto Tadiello. Apparentemente fredde e tecnologiche, le installazioni di Alberto Tadiello sintetizzano al contrario in modo poetico un’osservazione profonda della natura e della realtà circostante, tradotta in suono. I processi vitali sottesi ai diversi ecosistemi, la ciclicità e la caducità, le variazioni e trasformazioni della materia, sono evocati con rigore minimale usando dispositivi tecnologici, cavi e circuiti elettronici disposti nello spazio, che spazializzano onde onore come invisibili forme plastiche, creando composizioni grafiche spesso di assonanza organica.
Nei primi progetti dell’artista veneto i meccanismi sonori rimandavano a diversi sistemi circolatori, come l’azione delle maree, dei sismi e o dei flussi linfatici: Ad esempio in RMN del 2005 un computer e alcuni subwoofer trascrivevano i livelli del mare di un intero anno nella Laguna di Venezia in suoni a bassissima frequenza, percettibili come vibrazioni corporee.
La sperimentazione di contrasti e rapporti di forza, di tensioni portate fino al limite di rottura, sono evidenti invece nella serie di “disegni” rotatori eseguiti con trapano, compasso o penne a sfera. O nelle ultime ambientazioni come Eprom, allestita alla galleria T 293 di Napoli: dove un insieme di cavi elettrici collegati ad alimentatori di motori azionano 40 carrillon, in una rotazione accelerata che genera cacofonia. Con l’usura dei cilindretti il frastuono si attenua fino a svanire, lasciando però nello spettatore una sensazione di malinconica entropia.
All'ingresso del Margherita, uno strano canto si diffonde dall'alto in tutto lo spazio. “Come in una rappresentazione teatrale, due uccelli invisibili si scambiano dei richiami d’amore, dialogano, si inseguono, si nascondono tra fronde e ghirlande dorate, attraversano repentini un cielo dipinto e fanno capolino, in un gioco di continue apparizioni e sparizioni tra le quinte di
una scenografia sospesa”: cosi Tadiello introduce la sua nuova installazione sonora, espediente lirico per farci alzare lo sguardo sulla cupola affrescata, portandola in primo piano e spingendoci ad osservarla in modo non distratto.